Confini tracciati a matita

no place for racism by coxao

Oggi ripercorre l’anniversario della tragedia del 3 Ottobre, che vide la morte di migliaia di persone nelle nostre amate acque mediterranee, ormai diventate un cimitero a cielo aperto. Quell’episodio mi fece sorgere molte domande, e mi fece iniziare un viaggio che si è concluso con una tesi sulle migrazioni. Più trovavo risposte, più sorgevano domande. Tutt’ora, i punti interrogativi sulla questione delle migrazioni sono tanti, ma cominciano ad esserci alcune risposte che si spera diventino definitive. In questa giornata, in ricordo di quel 3 ottobre, voglio condividere quelle riflessioni che hanno occupato le prime pagine della mia tesi.

Migrare è uno degli istinti che l’uomo, evolvendosi e tecnologizzandosi, non è riuscito a cancellare. Un’impronta genetica che ci ricorda che il movimento è parte integrante della nostra natura: gli animali si spostano per inseguire un clima migliore, per cercare un territorio più favorevole, per tornare ai luoghi d’origine, per sfuggire ai predatori. L’uomo nella sua storia, a partire dal nomadismo, ha sempre seguito queste motivazioni, aggiungendo un altro: il viaggio come esperienza di vita. La curiosità, la sete di conoscenza sono ciò che ha distinto l’essere umano dagli altri primati, è il motore che ha spinto, e tutt’ora muove, il progresso. Ma “viaggio” può essere anche sinonimo di “speranza” per una vita migliore, per sé e per la propria famiglia, per avere un’opportunità. Così nascono i flussi migratori. Dallo spostamento dalle campagne verso le città alla ricerca di un’opportunità di lavoro, da un continente all’altro per seguire la chimera del “sogno americano”, da un paese all’altro per sfuggire alle bombe delle guerre, o alle persecuzioni di governi tiranni. La figura del migrante raccoglie dentro di sé mille sfaccetttature, mille storie, numerose quanto numerosi possono essere i luoghi attraversati da uno sguardo spaventato in fuga dal proprio passato.

Attraversare i confini significa scontrarsi ogni volta con una cultura diversa, una lingua dai suoni differenti, e delle regole che possono essere estremamente distanti l’una dall’altra. La figura del migrante viene cosi ad essere definita a matita, e non con l’inchiostro, perché continuamente cancellata e riscritta, salvando e condannando.

Per questo motivo, dalla convenzione di Ginevra del 1951 in poi, si è cercato di costruire una cornice comune per affrontare coerentemente le moltitudini di uomini in movimento, tracciando delle categorie basate sulle motivazioni, stabilendo criteri umani che distinguessero tra migrazioni forzate e volontarie. Riconoscere alcuni diritti a determinati individui può significare anche negarli ad altri. Costruire una normativa comune sembra una missione utopistica e lontana, ma con la nascita dell’Europa come entità politica e non più solo geografica, molti passi sono stati fatti, molto è stato scritto e molte voci hanno parlato, cercando una nota comune per creare un’unica, sola voce corale. Spesso però le buone intenzioni non sono sufficienti, e la gestione dei flussi migratori può trasformarsi in una politica esclusivamente di difesa e di rigetto: la paura di una pelle che ha un colore ed un profumo diverso, di una preghiera dai suoni più gutturali, di una cultura lontana e poco conosciuta hanno scatenato un meccanismo di difesa, di protezione e autoconservazione. È successo anche in Italia, paese che si allunga nel mare come una mano protesa, ma a forma di stivale, talvolta pronta ad allontanare con un calcio chi ci fa paura. L’insorgere di partiti xenofobi e apertamente razzisti ha provocato anche reazioni di aperta ostilità, estremizzando il concetto di “integrazione” fino a renderlo di “sostituzione”. Fin dai tempi dell’antica Roma l’eloquenza e l’oratoria sono stata una perla della cultura mediterranea, ma la paura e la disorganizzazione hanno portato le figure politiche a urlare, sbraitare, a buttarsi addosso parole forti, quando si sarebbe dovuto tacere e osservare: guardare all’orizzonte, da dove arrivavano barconi pieni di persone che chiedono aiuto. Tra loro, come in ogni contesto, possono nascondersi anche criminali, che confondendosi tra le sofferenze altrui cercano di perseguire crimini. Ma uno fra tanti non può determinare la valenza di un intero gruppo. Proprio per la sua posizione, l’Italia è tra le principali porte verso la democrazia europea, porta che in molti cercano di attraversare, alcuni senza riuscirsi mai, rimanendo inghiottiti dalle onde, come è successo nelle acque di Lampedusa. Il mare può non fare distinzioni, ma un paese basato sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo deve saper distinguere e capire.

 

Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.

Erri De Luca, “Odissea di morte”

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